Il turismo culturale: fenomeno di difficile quantizzazione

di Maurizio De Paolis

Il turismo rappresenta una voce basilare nell’economia italiana e quello culturale trova “ terreno fertile” in quanto il nostro Paese possiede tremilaseicento musei (pubblici e privati), quasi cinquemila siti tra monumenti e aree archeologiche, cinquanta siti riconosciuti dall’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità  oltre a quarantaseimila beni architettonici vincolati e regolarmente censiti. Rendere visitabili i beni culturali è essenziale in un momento come questo in cui flussi turistici hanno lasciato l’Italia o quantomeno non la frequentano massicciamente così come avveniva nel recente passato. Da qui l’urgenza di raccogliere maggiori fondi privati da destinare alla valorizzazione di tanti beni culturali in totale stato di degrado e abbandono.   

Nel nostro Paese il turismo culturale rappresenta la principale motivazione al viaggio per oltre un terzo dei turisti. Il giro d’affari supera i 25 miliardi di euro, pari al 28,5% del fatturato complessivo del settore turismo. Le città d’arte hanno registrato il 23% delle presenze turistiche (81 milioni) e il 33% degli arrivi (27 milioni).

Si è parlato molto negli ultimi anni di turismo culturale, considerato spesso come una sorta di panacea per tutti i mali e in particolare come un rimedio alla stagionalità e alla scarsa sostenibilità dello sviluppo turistico. Si è poi cercato, così come per ogni fenomeno economico a cui si attribuiscano tali virtù, prima di trovarne una definizione e poi di quantificarlo, con risultati non sempre soddisfacenti.

Quello culturale è infatti un tipo di turismo difficilmente cristallizzabile. Seguendo, ad es., l’elaborazione proposta dall’Organizzazione Mondiale del Turismo tutti i movimenti di persone potrebbero potenzialmente essere inclusi nella definizione poiché soddisfano il bisogno umano per la diversità, tendendo ad accrescere il livello culturale dell’individuo e comportando nuove conoscenze, esperienze e incontri.

La natura di ciò che va incluso o meno nel turismo culturale varia a seconda di cosa si intenda per cultura a uso turistico. Oggi, tra la non-definizione onnicomprensiva e quella più classica di un turismo motivato dalla visita al patrimonio storico-monumentale e museale, si sono inserite una serie di ulteriori declinazioni che vanno dalla partecipazione a festival, mostre e spettacoli, alla scoperta del patrimonio universale dell’umanità (U.N.E.S.C.O.).

Se il nodo centrale nella definizione e quantificazione del fenomeno riguarda quindi l’ampiezza del concetto di cultura adottato, esiste anche un ulteriore problema legato all’analisi della domanda e alla “porosità” tra tipologie turistiche, quest’ultima favorita anche dall’eterogeneo mix di offerte con oggetto molte destinazioni. Il turista culturale può infatti essere un uomo d’affari che allunga di un giorno il proprio viaggio di lavoro per vedere una mostra e un villeggiante che dal mare decide di spostarsi e dedicare un paio di giorni alla visita di siti archeologici nell’entroterra.

Tali problemi definitori hanno ovviamente un effetto diretto, e non di secondaria importanza, anche sui metodi e gli strumenti utilizzati per la quantificazione del turismo culturale e dei suoi effetti economici. Cosa stiamo misurando e come? Vediamo per esempio come viene misurato il turismo culturale nel nostro Paese dalle due principali fonti di statistiche, l’ISTAT e la Banca d’Italia.

L’ISTAT fornisce due tipologie di dati, quelli estratti dalle rilevazioni censuarie sulla “Capacità e movimento degli esercizi ricettivi” e quelli relativi alle indagini multiscopo “Viaggi e Vacanze” condotte trimestralmente su base campionaria.

Le rilevazioni negli esercizi ricettivi tentano di dare una fotografia della domanda di turismo culturale desunta da informazioni basate su una categorizzazione a priori dell’offerta, vale a dire delle destinazioni su cui insiste la struttura ricettiva: i dati si ottengono dunque incrociando arrivi e presenze (distinti per paese estero e per regione italiana di residenza dei clienti) con i luoghi di soggiorno categorizzati a priori in città di interesse storico e artistico, località montane, lacuali, marine, termali, collinari, religiose, e capoluoghi e comuni non altrimenti classificati.

Secondo queste rilevazioni nell’anno 2008, per esempio, gli arrivi e le presenze in città di interesse storico e artistico sono stati rispettivamente 33 e 91 milioni. Si tratta di dati assai significativi che porterebbero a concludere che circa il 43% degli arrivi in località italiane di interesse turistico (o il 35% degli arrivi totali) si concentri proprio in destinazioni culturali.

Ma è davvero così? Se il turismo culturale rappresenta una quota certamente rilevante del totale, è però difficile affermare che arrivi e presenze nelle destinazioni classificate come culturali dall’ISTAT siano da ricondursi esclusivamente a questo segmento. Tra le prime città di interesse storico e artistico per flussi turistici, oltre a Venezia e Firenze, troviamo per esempio Roma e Milano, mete fortemente caratterizzate dal turismo religioso l’una e da quello d’affari l’altra. A ciò va aggiunta poi anche la possibilità che alcuni turisti, pur soggiornando in comuni definiti di interesse storico e artistico, possano non fruire affatto del patrimonio di quei luoghi avendoli scelti per i loro pernottamenti solo in quanto limitrofi alla loro vera destinazione. Tra destinazione e motivazione il legame infatti non è univoco né lineare.

La segmentazione della domanda attraverso una classificazione a priori delle destinazioni, città d’arte, località montane, località marine, ecc., e la lettura di dati provenienti dal solo mondo dell’offerta può così creare una distorsione nella quantificazione di quella che è oggi la vera dimensione del turismo culturale nel nostro paese, da un lato tralasciando di includere i flussi di molte destinazioni minori, dall’altro sovrastimando o sottostimando, a seconda dei casi, i turisti culturali presenti in destinazioni a vocazione “mista”.

Per il turismo straniero in Italia, ma non per quello domestico, il problema può essere in parte ovviato esaminando i dati forniti dalla Banca d’Italia che trimestralmente intervista un campione rappresentativo di viaggiatori in transito alle frontiere presenti in Italia: aeroporti, porti, valichi ferroviari e stradali.

Tali informazioni, desunte direttamente dalla domanda offrono una fotografia forse più vicina al dato reale sia perché comprendono, a differenza dei dati ISTAT, anche il sommerso (turisti che pernottano in seconde case, ospiti di parenti o amici, ecc.) sia perché riflettono le effettive motivazioni del viaggio, al turista viene infatti richiesta un’auto-definizione, e la spesa turistica ad esse riconducibile (per esempio ci permettono di sapere che, nel 2008 la spesa degli stranieri in Italia per turismo culturale è stata di 9,4 miliardi di euro, circa il 30,4% della spesa totale). Anche in questo caso i dati vanno però letti con cautela, in particolare quelli relativi alla spesa, per i limiti insiti nel metodo di raccolta.

Sui turisti italiani in Italia invece qualche dato lo offre ancora l’ ISTAT attraverso le indagini multiscopo sui viaggi e le vacanze, indagini campionarie volte a rilevare sia il numero dei viaggi effettuati e le modalità (destinazione, tipo di alloggio, mezzo di trasporto, durata), sia le caratteristiche socio-demografiche dei viaggiatori.

Così sappiamo che per vacanze di riposo, piacere o svago, l’11,1% degli italiani sceglie di visitare città o località d’arte mentre la partecipazione a manifestazioni culturali, spettacoli o mostre, le vacanze-studio e la visita a parchi tematici o di divertimento costituiscono la motivazione principale del viaggio nell’8,3% dei soggiorni.

Si tratta di dati rilevati, con metodi affini, anche a livello europeo e resi disponibili per esempio dal recente Eurobarometro “Survey on the attitudes of Europeans towards tourism”, voluto dalla Commissione per indagare i comportamenti di viaggio dei cittadini dell’Ue. L’indagine ha messo in evidenza come per il 17% del campione l’obiettivo primo della vacanza consista nel desiderio di vivere un’esperienza culturale, sia questa la visita a una città, la partecipazione a un evento culturale ecc. (il 20%, in particolare, per quelli che visitano l’Italia).

Sempre in Europa, la cultura gioca un ruolo fondamentale anche nella scelta della destinazione: il patrimonio culturale è infatti il secondo fattore in ordine di importanza (24% delle risposte), subito dopo la qualità dell’ambiente (31%), ma diventa il primo se alla voce “patrimonio culturale” si sommano l’arte (indicata dal 5% dei rispondenti), gli eventi (5%) e, perché no, la gastronomia (7% delle risposte).

In conclusione, se l’incrocio delle diverse tipologie di dati a disposizione sembrerebbe, pur con le dovute cautele, confermare l’importanza di quello che oggi viene chiamato turismo culturale, la questione centrale per una quantificazione più appropriata delle dimensioni socio-economiche di questo segmento resta senz’altro quello relativo alla definizione di cosa esso davvero sia.

Questo perché la scelta e il miglioramento dei sistemi di rilevazione, che nella varietà oggi a disposizione presenta sicuramente limiti metodologici notevoli, non può che essere conseguente alla chiara definizione dell’oggetto d’indagine. Un oggetto che per sua natura risulta estremamente sfaccettato e liquido: la ricerca crescente di nuove forme di turismo “esperienziale”, “integrato”, “originale” e di alta gamma spingono infatti a un progressivo ampliamento delle sue già numerose articolazioni rendendo ancora più difficile l’individuazione di indicatori in grado di descriverne esaustivamente gli aspetti dimensionali più significativi.