Globalizzazione dei mercati e valorizzazione dei beni culturali: il ruolo delle comunità locali

Globalizzazione dei mercati e valorizzazione dei beni culturali: il ruolo delle comunità locali[1]

Di Maurizio De Paolis, Presidente dell’Associazione Romana di Studi Giuridici

Il distretto culturale rappresenta un innovativo strumento per la valorizzazione dei beni del patrimonio culturale nazionale che coinvolge a vari livelli le organizzazioni culturali, la pubblica amministrazione, gli imprenditori e talune categorie di liberi professionisti e al contempo è un mezzo per conseguire una crescita significativa a livello economico e  sociale in ambito locale attingendo alle tradizioni radicate sul territorio nel corso di centinaia di anni validi baluardi  all’incalzare della globalizzazione dei mercati  

 

 

La valorizzazione economica dei beni culturali

Dopo un periodo di relativa “sonnolenza” dovuto all’amara disillusione della vicenda dei cosiddetti “giacimenti culturali”[2], negli ultimi anni il dibattito sulla valorizzazione economica del patrimonio culturale italiano si è riacceso e mostra oggi una notevole vivacità. Continuano a circolare incredibili leggende urbane, alimentate a volte persino da insospettabili esperti, sull’esistenza di statistiche ufficiali dell’UNESCO che attribuirebbero all’Italia quote esorbitanti del patrimonio culturale mondiale[3] sembra diffondersi un comune sentire sulla possibilità e l’opportunità che il nostro Paese adotti un modello di specializzazione economica e produttiva nel quale la cultura costituisce una fonte eminente di valore aggiunto come riflesso di un importante anche se non meglio precisato vantaggio competitivo del quale il nostro l’Italia godrebbe in questo campo.

A questa quasi plebiscitaria aspirazione non fa seguito purtroppo altrettanta chiarezza di idee e di intenti. Nella maggior parte dei casi, le attenzioni si rivolgono come è comprensibile al nostro patrimonio monumentale e artistico e alla possibilità di metterlo a reddito. Gli strumenti per fare ciò non mancano, ma quando si passa dai vaghi intendimenti ai ragionamenti concreti ci si rende facilmente conto che, nel migliore dei casi, anche le opportunità più favorevoli di valorizzare il patrimonio immobiliare necessitano di investimenti ingenti per il restauro e per creare condizioni di agibilità e inoltre se il progetto di valorizzazione è finalizzato all’ampliamento quantitativo e qualitativo dell’offerta culturale (ad es. mediante la creazione di un museo, di un centro culturale, di una biblioteca o di uno spazio per le performing arts, ecc.) a questo investimento difficilmente faranno seguito flussi di reddito di dimensioni tali da suscitare qualche interesse per un eventuale investitore non istituzionale.

A tali difficoltà finanziarie possono ovviare, sia pure in parte, gli sponsor o i mecenati, ma un ruolo centrale può essere svolto dai distretti culturali.  

E’ evidente che la cultura entra oggi sempre più massicciamente all’interno dei nuovi processi di creazione del valore economico, ed è altrettanto evidente che tutti i centri urbani che perseguono oggi una strategia minimamente coerente e ambiziosa di sviluppo economico locale fanno della cultura una delle proprie leve di azione privilegiate, aprendo musei, sperimentando forme sempre più ardite e avanzate di disseminazione delle attività culturali nel tessuto della città, favorendo l’insediamento di artisti, costruendo i processi di riqualificazione urbana intorno a sempre più grandi e complessi interventi culturali- pilota.

 

Il distretto industriale

Prima di trattare l’argomento del distretto culturale è opportuno soffermarsi sia pure in maniera sintetica sul modello di sviluppo denominato distretto industriale, che si identifica con un sistema locale composto da piccole e medie imprese strettamente riferite alle caratteristiche dell’ambiente e della società locale e che in quanto tale presenta notevoli punti di collegamento con il distretto culturale.

I distretti industriali italiani hanno iniziato a emergere con il declino della grande impresa e si sono potenziati a seguito del diffondersi delle tecnologie informatiche innestandosi su territori densamente abitati e connotati da competenze imprenditoriali di piccole dimensioni, industriali, artigianali e agricole.

Essi costituiscono una forma originale di agglomerazione di imprese, caratterizzata da una forte specializzazione industriale, ossia da una particolare vocazione delle produzioni verso un settore o più settori tra loro correlati. Nella loro forma tradizionale, essi sono sistemi manifatturieri locali, formati da numerose imprese artigiane e industriali, soprattutto di piccole e piccolissime dimensioni, legate fra loro da strette relazioni.

I distretti industriali hanno un particolare rilievo nel sistema economico italiano del quale costituiscono un elemento distintivo. In tempi più recenti, il dibattito è stato fortemente alimentato dai cambiamenti indotti dal fenomeno della globalizzazione. La definizione del distretto industriale si deve in larga parte all’economista inglese Alfred Marshall che nei suoi Principles of Economics sottolineò il ruolo delle economie esterne grazie al quale le piccole imprese possono conseguire i vantaggi tipici della produzione su grande scala in virtù di una forte concentrazione all’interno di un’area geografica ben delimitata.

Il successo del modello distrettuale si è tradizionalmente basato sul ruolo chiave giocato da quelle che lo stesso Marshall definì le economie esterne di distretto, contrapposte alle economie interne delle imprese, derivanti invece dalle dimensioni aziendali, ossia dall’aumento della scala di produzione. Nelle economie esterne le imprese distrettuali hanno trovato compensazione alla mancanza di economie di scala interne.
Le economie di distretto non si limitano soltanto alle pur rilevanti economie di specializzazione ma includono economie di apprendimento, economie di creatività e d’innovazione. Le prime due forme di economia sono legate alle caratteristiche del mercato del lavoro locale e derivano dalla presenza in loco di elevate capacità professionali; la terza si traduce in una capacità innovativa diffusa, grazie alla prossimità degli attori, alla condivisione di competenze settoriali e di esperienze professionali.
La forte concentrazione spaziale di imprese e l’elevata specializzazione produttiva sono i primi due elementi caratterizzanti il distretto industriale.

A tali elementi si associa, inoltre, l’elevata divisione del lavoro tra le imprese locali e la conseguente forte interdipendenza tra le stesse. Le imprese, di piccole e talvolta piccolissime dimensioni, si specializzano in fasi produttive specifiche, il che favorisce lo sviluppo di competenze fortemente specializzate e dà luogo ad un processo di divisione del lavoro interaziendale.

Nel distretto si realizza, quindi, un processo completo di produzione, ossia si riproduce l’attività tipica della grande impresa verticalmente integrata.
Ulteriori elementi di specificità del modello distrettuale sono la formazione di un mercato del lavoro unico e originale e l’esistenza di un insieme di complesse relazioni di cooperazione e competizione tra le imprese distrettuali.

In taluni casi tra i beni/servizi realizzati sussistono relazioni di complementarietà (ponendosi le imprese a livelli diversi della filiera produttiva) e di sostituibilità in altri. Da esse derivano, rispettivamente, relazioni di cooperazione e competizione.
Le relazioni di complementarietà sono fondamentali in quanto assicurano la ricomposizione della filiera a livello complessivo di distretto e sono alla base della riduzione dei costi di transazione. La peculiare ‘atmosfera industriale’ del distretto, la condivisione di linguaggi, consuetudini e tradizioni assicura un efficiente coordinamento ed integrazione tra le attività complementari svolte dai vari operatori. Questo aspetto rimanda al ruolo del capitale sociale di cui il distretto ha un’elevata dotazione e si può cogliere appieno non tanto attraverso analisi economiche, bensì tenendo presente la dimensione culturale e sociale del sistema territoriale, ossia l’esistenza di relazioni di fiducia, di rapporti personali e professionali consolidati. Imprese con specializzazione analoga hanno invece relazioni di competizione. La concorrenza fa sì che vi sia stimolo all’innovazione, all’imitazione e alla diffusione delle best practices con benefici in termini di mantenimento e innalzamento dei  livelli di competitività del distretto nel suo complesso.
Infine, va segnalato, come ulteriore elemento caratterizzante dei distretti industriali, la forte natalità di imprese, a sua volta legata all’elevata mobilità del lavoro. Sono frequenti i fenomeni di gemmazione d’impresa attivati da soggetti che, dopo un’esperienza di lavoro come dipendenti, creano una nuova impresa.
Un ruolo importante è svolto anche dalle istituzioni pubbliche e/o private che, sia pure con modalità e ruoli differenti a seconda dei diversi contesti, fungono da organi di meta-management del distretto e ne influenzano le traiettorie evolutive.
La ricca letteratura sul tema ha evidenziato come sia difficile ricondurre a un unico modello la varietà di forme distrettuali presenti nel nostro Paese. Si parla, a tal proposito, di un vero e proprio polimorfismo delle forme distrettuali funzione di una pluralità di elementi quali, ad es., le caratteristiche delle imprese distrettuali, le similitudini/differenze tra le stesse e il ruolo delle istituzioni locali.
 

Il distretto culturale

Il distretto culturale è un sistema, territorialmente delimitato, strutturato su una serie di relazioni che integra il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, con le infrastrutture e con i settori produttivi che a quel processo sono connesse[4]. L’obiettivo è, da un lato, quello di rendere più efficace il processo di produzione di cultura e, dall’altro, di ottimizzarne gli impatti economici e sociali.

E’ configurabile un modello generale in grado di generare un’articolata serie di sottosistemi tesi a raccordare la valorizzazione dell’asset culturale di uno specifico ambito territoriale con i processi di valorizzazione delle altre risorse, come i beni ambientali, le manifestazioni culturali e i prodotti della cultura materiale e immateriale della stessa area.

Fanno parte del distretto culturale non solo i beni culturali oggetto del processo di valorizzazione e le altre risorse del territorio (patrimonio storico e ambientale, tutte le espressioni della cultura), ma anche le imprese, come fornitrici degli input richiesti dal processo di valorizzazione (ad es., le imprese utilizzate in scavi di siti archeologici o nei restauri di monumenti), come produttrici di servizi e come utilizzatrici degli output del processo di valorizzazione (ad es., le imprese multimediali).

 

Creazione e strategia di gestione

La costituzione dei distretti culturali presuppone una strategia di gestione. Pertanto, il responsabile della progettazione del distretto deve tenere conto della presenza dei diversi attori operanti sul territorio:

– i rappresentanti del sistema istituzionale;

– le forze politiche;

– i gruppi di pressione;

– le forze sociali ed imprenditoriali.

Rilevanti sono i casi nei quali la proprietà dei beni culturali sia pubblica o privata ovvero quando accanto alla decisione tecnica del soggetto responsabile dell’effettiva gestione del processo di valorizzazione intervenga anche una decisione politica che definisce gli obiettivi più generali del processo medesimo.

Si è in presenza di una pluralità di decisioni che genera un sistema caratterizzato da un elevato grado di complessità. Per tutte queste ragioni, la costituzione di un distretto culturale in grado di sorreggere l’economia locale presuppone la coagulazione di un forte consenso attraverso il coinvolgimento di molteplici soggetti attivi sin dalla fase della sua progettazione e in sede di definizione degli impegni prioritari che devono essere raggiunti.

 

 

Potenzialità dei singoli comuni: criteri di valutazione

Per ogni sistema culturale da creare in ambito locale (distretto culturale) si devono prendere in esame tutti gli indicatori utili per valutare le potenzialità dei singoli comuni da coinvolgere nel distretto culturale. In modo particolare si devono considerare:

– la prossimità e l’accessibilità rispetto al sistema delle infrastrutture di trasporto (stazioni ferroviarie, aeroporti, porti, autostrade, superstrade e strade);

– l’accessibilità alle “infostrutture” territoriali cioè alla rete immateriale delle comunicazioni digitali;

– la prossimità e l’accessibilità delle reti tematiche culturali, degli itinerari culturali e paesaggistici che dovranno essere valorizzati;

– la flessibilità rispetto agli indici di specializzazione culturale del singolo comune;

– la dimensione delle attività economiche connesse alla cultura (turismo, agricoltura, artigianato, formazione di operatori dei singoli settori economici, ecc.);

– la cooperazione valutata in funzione della progettualità locale (patti e accordi territoriali);

– la competitività valutata in relazione all’offerta di servizi di livello elevato (ad es., il sistema della formazione universitaria e post lauream) e alla valorizzazione delle eccellenze territoriali (promozione di itinerari tematici, di parchi letterari, di musei specializzati in ambito locale, case-musei, ecc.).

 

 

Ruolo e finalità

Il ruolo del distretto culturale si può riconoscere nelle seguenti azioni:

– attuare un modello di sviluppo locale auto sostenibile;

– programmare lo sviluppo del territorio attraverso una pianificazione integrata;

– innovare la tradizione;

– essere impresa culturale.

L’obiettivo del distretto culturale è quello di salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale del territorio (beni culturali e paesaggistici) producendo cultura, capitale sociale, reddito, occupazione e aumentando la soddisfazione dei suoi “clienti” interni ed esterni con l’attivazione di un circolo virtuoso soddisfazione- attrattiva-valore.

 

 

Le origini del distretto culturale

La cultura nelle sue molteplici manifestazioni  entra oggi sempre più massicciamente all’interno dei nuovi processi di creazione del valore economico ed è evidente che tutti i centri urbani che perseguono oggi una strategia minimamente coerente e ambiziosa di sviluppo economico locale fanno della cultura una delle leve di azione privilegiata, aprendo musei connotati da una pluralità di specializzazioni, sperimentando forme sempre più ardite e avanzate mediante la disseminazione delle attività culturali nel tessuto della città (centro, semicentro e periferia), favorendo l’insediamento di artisti, costruendo i processi di riqualificazione urbana intorno a sempre più grandi e complessi interventi culturali – pilota.

Dal punto di vista storico, la scoperta del settore culturale come settore produttivo capace di generare ricchezza e occupazione risale agli anni Settanta dello scorso secolo, quando il Greater London Council elaborò una vera e propria strategia di sviluppo fondata sulla relazione tra la produzione culturale e i settori ad essa connessi.

Il settore culturale era inteso in un’accezione molto ampia e infatti comprendeva i beni culturali, gli spettacoli dal vivo, le arti visive, la fotografia, l’industria cinematografica, televisiva e multimediale, la moda, lo sport e gli spazi pubblici.

La promozione di queste attività suggeriva un modello di contiguità spaziale e quindi richiedeva la specializzazione territoriale attraverso la quale specifici settori della città diventavano spazi privilegiati per l’insediamento di attività culturali. In tal modo lo sviluppo del distretto seguiva l’accezione anglosassone, in base alla quale per cultural district si intende un’area urbana in cui si riscontra un’alta concentrazione di attività e luoghi per l’arte e lo spettacolo.

 

 

Il ruolo delle tradizionali attività produttive e culturali

La maggior parte degli studi indirizzati a creare un distretto si è focalizzata su particolari tipi di tradizioni produttive e culturali meritevoli di valorizzazione, siano esse legate ai beni, come ad es. le ceramiche di Faenza e di Caltagirone o i vetri di Murano oppure collegate ai servizi, come ad es. il restauro artistico realizzato a vari livelli nella città di Firenze.

Si tratta di attività che nascendo da una solida tradizione artistico artigianale mantengono, in linea con le esperienze distrettuali classiche, la connotazione di beni privati oggetto di scambio, nei quali in genere coesiste una produzione di alta gamma ad elevato tenore culturale e artigianale e, almeno nel caso dei beni, una produzione maggiormente orientata verso il grande mercato in cui la forte identità culturale iniziale permane più che altro per il valore simbolico del marchio.

Abbiamo a che fare con forme di distretti culturali tradizionali, ma difficilmente riproponibili altrove come modello, appartenenti a settori economici abbastanza maturi, anche se, come nel caso di taluni produttori di Murano, esistono comunque spazi per un rilancio del prodotto in chiave innovativa.

Talvolta sono state prese in considerazione aree geografiche disagiate, di solito localizzate nell’Italia meridionale, dove l’industria tradizionale si trova a fronteggiare un’inesorabile crisi e la valorizzazione del territorio sembra essere uno dei pochi elementi a disposizione per ridare impulso all’economia locale.

Nelle aree geografiche depresse il modello di distretto culturale si configura più che altro come un wishful thinking[5]. Di fatti, le delicate caratteristiche socio-culturali di queste aree ostacolano la progressiva e naturale evoluzione del distretto che non si può creare coattivamente in aree caratterizzate da una debole cultura imprenditoriale.

 

 

Il modello di distretto culturale per valorizzare i beni culturali

Nel processo di valorizzazione dei beni del patrimonio culturale nazionale compresi all’interno di un distretto vengono coinvolti diversi protagonisti indicati di seguito:

– i proprietari dei beni;

– i proprietari di altre risorse locali;

– le imprese fornitrici di materiali e di servizi;

– le infrastrutture di accoglienza (alberghi, pensioni, bed and breakfast, campeggi, ristoranti, bar, ecc.);

– le infrastrutture del tempo libero (teatri, cinema, impianti sportivi)

– le istituzioni della formazione professionale.

Nel procedimento di valorizzazione si possono enucleare quattro distinte aree:

  1. a) il vero e proprio processo di valorizzazione delle risorse (beni culturali, beni ambientali e paesaggistici) che, partendo dai livelli più elevati, alimenta a cascata i livelli successivi;
  2. b) l’offerta di servizi coordinata e coerente con gli obiettivi del processo di valorizzazione indispensabili per garantire la fruibilità dei beni culturali;
  3. c) la qualità dei servizi di accoglienza rispondente a precisi standard qualitativi adeguati alla domanda che si intende attrarre;
  4. d) le relazioni con le imprese operanti in diversi settori dell’economia locale che, integrandosi all’interno della strategia di valorizzazione, finiscono per incorporarne gli elementi distintivi attraendo ulteriori risorse economiche e produttive.

 

 

Distretto culturale e globalizzazione dei mercati     

Ciascun modello di distretto culturale deve tenere nella giusta considerazione la globalizzazione dei mercati per rendere maggiormente produttiva la cultura.

La globalizzazione non ha soltanto condotto a un ampliamento dei mercati, ma ha portato ad un significativo cambiamento nella struttura delle imprese, favorendo la crescita di quelle che possono utilizzare lavoro a basso costo. Questo scenario porta a distinguere chiaramente coloro che si occupano di creazione da coloro che si occupano esclusivamente di produzione[6].

Siamo di fronte a una dematerializzazione dei vecchi prodotti industriali, a favore di una differenziazione nei compiti, all’interno della quale la cultura e gli input intangibili assumono un ruolo sempre più importante.

Quindi, mentre la globalizzazione porta alla delocalizzazione delle imprese che ricercano lavoro a basso costo, la sostenibilità del processo di crescita risulta sempre più profondamente legata alla cultura locale, che non può essere sradicata, ma va al contrario coltivata e valorizzata nella sua specificità.

In quest’ottica lo sviluppo di un distretto culturale risponde all’esigenza di rendere sostenibile lo sviluppo, produrre beni basati sulle conoscenze esistenti e le tradizioni locali, rendere competitive le città, non da un punto di vista dei minori costi, ma da quello della maggiore qualità dei prodotti.

I prodotti culture – based sono il frutto di un’alta specializzazione e risultano indissolubilmente legati ad un luogo, a una comunità e alle sue tradizioni.

Tutti questi elementi vengono a far parte del cosiddetto “capitale culturale”, che può essere definito come un vantaggio che prende corpo e produce valori culturali in aggiunta a quelli economici.

Il capitale culturale può assumere due forme:

–  da un lato può essere tangibile e prendere, ad es., la forma di opere d’arte o di design;

dall’altro può essere intangibile, sotto forma di capitale intellettuale, di idee, convinzioni e valori condivisi.

In entrambe le ipotesi il capitale culturale dà sempre vita a beni e servizi oggetto di scambio commerciale dal contenuto sia culturale che economico.

 

 

[1] Articolo pubblicato sulla Rivista Azienditalia, n. 4 del mese di aprile 2016.

[2] L. MANSANI, Proprietà intellettuale e giacimenti culturali, in AIDA – Annali italiani del diritto d’autore, della cultura e dello sport, 2013, fascicolo unico, parte I, 117.

[3] E’ estremamente difficoltoso definire e determinare in primo luogo lo stock che definisce il patrimonio culturale mondiale, tenendo conto che, al di là dei monumenti, dei dipinti o delle sculture, devono farne parti elementi eterogenei come le testimonianze della cultura immateriale, i riti, le forme di canto popolare, e così via.

[4] M. CARTA, I distretti culturali, in Analisi giuridica dell’economia, 2007, 1, 95; S. PEDRINI, Il distretto culturale: mito od opportunità, in Il risparmio, 2003, 3, 103.

[5] La corretta traduzione del termine inglese è “utopia”.

[6] F. FRACCHIA, Il diritto dell’economia alla ricerca di un suo spazio nell’era della globalizzazione, in Il diritto dell’economia, 2012, 1, 11.