FOCUS Piani paesaggistici e autorizzazioni ambientali tra semplificazione e conservazione Di Maurizio De Paolis, Presidente dell’Associazione Romana di Studi Giuridici

Sussiste uno stretto collegamento tra i beni paesaggistici e l’urbanistica che obbliga a mettere in parallelo le rispettive discipline senza mai oltrepassarne i confini e per pervenire a tale risultato è necessario introdurre significative semplificazioni che rendano funzionali le attività procedimentali svolte dalle diverse amministrazioni competenti a gestire il territorio.

Premessa

Al fine di rendere compatibile il rapporto tra la tutela del paesaggio e la disciplina urbanistica sarebbe opportuno come asserito anche da autorevole dottrina “mettere per così dire in parallelo, rendendole speculari, le discipline normative relative a questi due grandi insiemi”[1]. Tutto ciò dovrebbe avvenire rispettando i confini rappresentati dalla necessaria autonomia delle rispettive regolamentazioni amministrative che non consentono sconfinamenti né parte del potere urbanistico rispetto al paesaggio, né tantomeno da parte delle funzioni di tutela dell’ambiente rispetto al potere dei comuni, e secondariamente delle regioni, di gestire l’assetto e lo sviluppo del territorio.

Un risultato significativo si può ottenere solo attraverso una sostanziale semplificazione delle procedure con oggetto il rilascio del nulla-osta per edificare in aree assoggettate a vincoli urbanistici[2].

Tale obiettivo è stato raggiunto attraverso il D.P.R. 13 febbraio 2017, n.33 che ha suddiviso gli interventi edilizi che incidono sul paesaggio in tre macro categorie:

  1. a) interventi non soggetti ad autorizzazione in quanto ritenuti privi di rilevanza paesaggistica (regime libero)[3];
  2. b) interventi assoggettati a procedimento di autorizzazione paesaggistica semplificato[4];
  3. c) gli interventi edilizi ritenuti più rilevanti che restano soggetti a preventiva autorizzazione in quanto non enunciati negli allegati A) e B), D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 33 (regime ordinario).

Le su menzionate tre macro aree non sono blindate, ma risultano intercomunicanti tra di loro nel senso che verificandosi determinate condizioni amministrative talune tipologie di interventi possono scorrere dal regime autorizzatorio ordinario a quello semplificato o da quest’ultimo al regime libero.

 

 

Il procedimento di formazione del piano paesaggistico 

Il piano paesaggistico si caratterizza per un contenuto articolato che è descrittivo, prescrittivo e propositivo.

La sequenza di atti endo-procedimentali della fase istruttoria si sviluppa all’interno dei seguenti momenti cronologici:

  1. a) la ricognizione dell’intero territorio compreso nel piano paesaggistico che analizza i caratteri storici, naturali, estetici dell’area per definire i valori paesaggistici che si intendono tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
  2. b) l’analisi di tutte le dinamiche concernenti la trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio ovvero mediante la comparazione con tutti gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
  3. c) l’individuazione degli ambiti ambientali e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica;
  4. d) la definizione di prescrizioni generali ed operative idonee tutelare e usare il territorio rientranti negli ambiti paesaggistici preventivamente individuati;
  5. e) la determinazione delle misure idonee a conservare i caratteri delle aree tutelate ope legis e, se necessario, dei criteri per gestire e valorizzare il profilo squisitamente paesaggistico di specifici immobili o aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
  6. f) l’individuazione degli interventi per il recupero e la riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;
  7. g) l’individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali si devono riferire le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle singole aree;
  8. h) l’individuazione ex 134, lett. c), D.Lgs.n. 42/2004 di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate dai successivi artt. 136 e 142, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.

 

 

Gli accordi tra regioni e Ministero dell’ambiente e il potere sostitutivo del Presidente del Consiglio dei Ministri

In perfetta sintonia con lo spirito di collaborazione tra le amministrazioni e con il principio di speditezza dell’attività della P.A., è possibile concludere accordi tra le regioni e il Ministero dell’ambiente per giungere all’adozione del piano paesaggistico e per fissare i termini entro i quali pervenire alla sua approvazione.

Per garantire la celerità del procedimento amministrativo è previsto l’intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri che, sentito il Ministro dell’ambiente, si può sostituire alla regione inadempiente al fine di approvare il piano.

L’accordo può riguardare anche l’eventuale revisione con cadenza periodica del piano paesaggistico, estendendosi ai presupposti, alle modalità esecutive e ai termini per realizzarla, in modo particolare a seguito dell’adozione sopravvenuta del provvedimento regionale dichiarativo del notevole interesse pubblico relativo a un bene paesaggistico, singolo immobile[5] o intera area[6].

 

 

La partecipazione dei soggetti interessati

Il provvedimento con il quale si approva il piano paesaggistico scorre lungo un binario procedimentale che garantisce un ampio spettro di partecipazione in quanto tale procedura coinvolge una pluralità di interessi, pubblici e privati.

L’ingresso nel procedimento dei soggetti portatori dei predetti interessi consente di contemperarli già in sede istruttoria al fine di ottenere un’effettiva prevenzione del contenzioso amministrativo e giurisdizionale.

Il primo comma dell’art. 144, D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 si riferisce anche ai così detti “interessi diffusi”, che spesso sono da mettere in correlazione con la tutela dell’ambiente in generale e del paesaggio in particolare. Questa categoria di interessi collettivi, se lesi da un provvedimento amministrativo illegittimo o tardivo, può trovare adeguata tutela giurisdizionale soltanto se siano “omogeneizzati” da un idoneo ente esponenziale come ad es. un’associazione ambientalistica appartenente alla categoria indicata dall’art. 13, Legge 8 luglio 1986, n. 349[7].

Le menzionate associazioni oltre ad agire in sede giudiziale sono legittimate a partecipare al procedimento amministrativo che si conclude con l’approvazione del piano paesaggistico al pari di tutti gli altri soggetti nella cui sfera giuridica si proiettano gli effetti scaturenti dalle disposizioni del piano paesaggistico[8].

In materia di tutela ambientale deve essere esclusa la legittimazione ad agire dei comitati istituiti in forma associativa temporanea, con scopo specifico e limitato, costituenti una proiezione degli interessi dei soggetti che ne fanno parte, e che quindi non sono portatori in modo continuativo di interessi diffusi radicati nel territorio; diversamente si consentirebbe una sorta di azione popolare, non ammessa dal vigente ordinamento[9].

Al fine di assicurare il raccordo tra la precedente normativa (D.Lgs. n. 490 del 1999) e le disposizioni di cui all’art. 143, D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, è stato previsto che le regioni, entro quattro anni dall’entrata in vigore del Codice, debbano verificare la conformità delle disposizioni dei piani paesaggistici preesistenti alla nuova legislazione ambientale, provvedendo se necessario alla introduzione di opportuni adeguamenti.

Inoltre, per garantire una certa omogeneità nei metodi e nelle procedure di ricognizione, analisi, censimento e catalogazione degli immobili e delle aree oggetto di tutela, compresa la tecnica per le rappresentazioni cartografiche e per organizzare i sistemi informativi anche al fine di renderli interagenti, il ministero de beni culturali e le attività culturali e per il turismo, d’intesa con la Conferenza Stato – regioni, deve predisporre uno schema generale di convenzione da utilizzare con le singole regioni interessate alle operazioni di verifica e di adeguamento dei piani paesaggistici adottati sotto la vigenza della precedente normativa[10].

 

 

Le autorizzazioni paesaggistiche e ambientali 

La funzione dell’autorizzazione paesaggistica è quella di verificare la compatibilità di un’opera da realizzare con l’esigenza di conservazione dei valori protetti dal vincolo[11]. La valutazione della compatibilità si basa su una comparazione tra la situazione preesistente all’intervento edilizio e l’impatto derivante dalla sua realizzazione e si fonda su di una valutazione tecnico-discrezionale[12]

Le principali funzioni dei vincoli ambientali non sono quelle di ostacolare sempre e ad ogni costo il possibile intervento sul bene oggetto di misure di vincolo, in quanto consistono nel regolamentarne le forme d’uso in modo che esse risultino in perfetta armonia con l’interesse pubblico del bene preso in considerazione.

In questa specifica ottica si colloca la norma del Codice che fa esplicito divieto ai proprietari, ai possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni ambientali, immobili o aree tutelate, di distruggerli o di modificarli, quando l’operato del soggetto arrechi un pregiudizio all’aspetto di rilevanza paesaggistica per tutelare il quale è stato apposto il vincolo[13].

Sui medesimi soggetti grava l’obbligo di sottoporre all’approvazione della regione i progetti relativi agli interventi di qualunque genere che si intendano eseguire per ottenere la preventiva autorizzazione[14]. Infatti, la menzionata autorizzazione consente di verificare la compatibilità fra l’interesse paesaggistico tutelato e l’intervento progettato[15], mentre le norme poste a tutela del paesaggio hanno lo scopo di salvaguardarne la sostanziale integrità[16].

Vigente il D.Lgs. n. 490/1999 era stato previsto un regolamento di attuazione ex art. 161 e, nelle more dell’adozione delle predette norme regolamentari, ha trovato applicazione il R.D. n. 1357/1940 (tra l’altro esplicitamente richiamato dallo stesso art. 161) che prevedeva, all’art. 15, la possibilità di corredare il progetto dei lavori con fotografie e disegni ovvero con una sintetica relazione in cui indicare i dati e le linee essenziali delle opere che si intendeva intraprendere in modo da poter valutare quali fossero le modificazioni esteriori gravanti sull’immobile per effetto dei lavori elencati nel progetto.

Il nuovo Codice ha eliminato il richiamo all’art. 15, R.D. n. 1357/1940, prevedendo che, entro sei mesi dalla sua entrata in vigore, devono essere individuati mediante un apposito decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e sulla base di una specifica intesa tra il ministero e la Conferenza Stato-Regioni, suscettibile di aggiornamenti o integrazioni, tutti i documenti necessari alla preventiva verifica della compatibilità paesaggistica per gli interventi proposti[17].

Da ultimo, la giurisprudenza è costante nel sostenere che il degrado di una determinata zona non legittima il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica in quanto la compromissione della bellezza naturale ad opera di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che nuove costruzioni non comportino ulteriore deturpazione dell’ambito protetto[18]. La circostanza che una zona sia già degradata non solo non fa venire meno l’esigenza di valorizzarla e comunque di evitare interventi peggiorativi ulteriori, dato che un eventuale atto di assenso non può fondarsi sull’accettazione di uno stato di fatto illecito, illegittimo e comunque non coerente con i contenuti del vincolo paesaggistico, ma impone di “salvare il salvabile”[19].

 

La funzione della regione, delle province, dei comuni e degli enti parco

Esercitando la potestà autorizzatoria in ambito ambientale, la regione si avvale dei propri uffici dotati di adeguate competenze tecniche e scientifiche e di idonee risorse strumentali.

La regione può delegare le funzioni in materia di paesaggio per i rispettivi territori, a province, a forme associative e di cooperazione fra enti locali così come definite dalle vigenti disposizioni sull’ordinamento delle autonomie locali, agli enti parco, ovvero ai comuni, a condizione che gli enti destinatari della delega dispongano di strutture in grado di assicurare un  adeguato livello di competenze tecnico-scientifiche nonché di garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico – ambientale[20].

 

 

La domanda per richiedere l’autorizzazione paesaggistica

L’istanza per ottenere l’autorizzazione paesaggistica per l’esecuzione di interventi deve indicare:

–  lo stato attuale del bene interessato;

–  gli elementi di valore paesaggistico;

–  gli impatti sul paesaggio a seguito delle trasformazioni prospettate nel progetto;

–  gli elementi per mitigare e per eventualmente compensare l’impatto sul paesaggio.

L’amministrazione procedente, regione o ente locale al quale la regione abbia affidato attraverso una delega la relativa competenza per valutare i progetti delle opere che il privato intenda eseguire, deve verificare la conformità degli interventi alle prescrizioni indicate nei piani paesaggistici provvedendo contestualmente ad accertare:

–  la compatibilità rispetto ai valori paesaggistici riconosciuti dal vincolo;

–  la congruità con i criteri di gestione dell’immobile o dell’area;

–  la coerenza con gli obiettivi di qualità paesaggistica.

 

 

Il termine per la trasmissione della proposta di autorizzazione alla soprintendenza

Nella fase istruttoria del procedimento, l’amministrazione procedente, dopo aver accertato la compatibilità paesaggistica del singolo intervento o di una pluralità interventi con le prescrizioni contenute nei provvedimenti di dichiarazione di interesse pubblico e nei piani paesaggistici ovvero dopo l’acquisizione del parere della commissione per il paesaggio[21], entro il termine di quaranta giorni decorrenti dalla data di ricezione della domanda, deve procedere alla trasmissione della proposta di autorizzazione, corredata da una relazione tecnica illustrativa, dal progetto e dalla relativa documentazione presentata dall’interessata, alla competente soprintendenza, comunicandone la notizia agli interessati in conformità a quanto previsto dall’art. 7, Legge 7 agosto 1990, n. 241[22].

 

Il parere delle soprintendenza

Con l’entrata in vigore dal primo gennaio 2010 dell’art. 146 Codice, la soprintendenza non esercita più un sindacato di mera legittimità[23], ma una valutazione di merito amministrativo espressione dei nuovi poteri di cogestione del vincolo paesaggistico[24].

Il soprintendente deve rendere il parere circa la compatibilità paesaggistica del progettato intervento nel suo complesso e sulla conformità dello stesso alle disposizioni contenute nel piano paesaggistico ovvero alla specifica disciplina di cui all’art. 140, comma 2, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 entro il termine di quarantacinque giorni dalla ricezione degli atti.

Qualora il parere sia negativo il soprintendente deve comunicare agli interessati il preavviso di provvedimento negativo in conformità all’art. 10-bis, Legge 7 agosto 1990, n. 241[25]. Entro il successivo termine di venti giorni dalla ricezione del parere l’amministrazione provvederà in conformità[26].

Il diniego deve essere assistito da una motivazione concreta sulla realtà dei fatti e sulle ragioni ambientali ed estetiche che sconsigliano di ammettere un determinato intervento[27].

Affermare che un una attività compromette gli equilibri ambientali della zona per le incongruenze fra la tipologia di materiali scelti e contesto paesaggistico senza un’ulteriore precisazione, non spiega nulla sul futuro danno alle bellezze ambientali[28]. Anche il mero riferimento al generico pregiudizio ambientale o l’uso di formule vaghe o stereotipate non sorregge adeguatamente l’atto di diniego[29].

Soltanto una esaustiva motivazione mette in condizione l’interessato di comprendere per quali specifiche ragioni il progetto non si armonizza con l’ambiente protetto.

 

Indizione della conferenza dei servizi

Qualora sia decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni senza che il soprintendente abbia reso il parere, l’amministrazione competente ha la facoltà di indire una conferenza di servizi, alla quale il soprintendente partecipa o fa pervenire il parere scritto.

La conferenza di servizi si deve pronunciare entro il termine perentorio di quindici giorni. In ogni caso, decorsi sessanta giorni dalla ricezione degli atti da parte del soprintendente, l’amministrazione competente provvede sulla domanda di autorizzazione[30].

 

Richiesta dell’autorizzazione in via sostitutiva alla regione

Decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni di cui all’art. 146, comma 8, Codice dei beni culturali e del paesaggio, senza che l’amministrazione si sia pronunciata sulla compatibilità ambientale, l’interessato (il soggetto privato) può richiedere l’autorizzazione in via sostitutiva alla regione, che vi deve provvedere, anche attraverso la nomina di un commissario ad acta, entro sessanta giorni dal ricevimento della richiesta[31].

 

 

Richiesta dell’autorizzazione in via sostitutiva al soprintendente

Qualora la regione non abbia delegato le province, i comuni, gli enti parco al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica, e anche essa risulti inadempiente, la richiesta del rilascio in via sostitutiva deve essere presentata al soprintendente[32].

 

 

Obbligo di trasmissione

L’autorizzazione paesaggistica deve essere trasmessa senza indugio alla soprintendenza che ha reso il parere nella fase istruttoria del procedimento, nonché unitamente allo stesso parere, alla regione ovvero agli altri enti pubblici territoriali interessati e, ove esistente, all’ente parco nel cui territorio viene a trovarsi l’immobile o l’area sottoposti al vincolo[33].

 

 

Elenco delle autorizzazioni rilasciate

Preso ciascuna amministrazione competente al rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche è istituito un apposito elenco delle autorizzazioni rilasciate, soggetto almeno ogni trenta giorni a periodici aggiornamenti. Si tratta di un elenco  liberamente consultabile, anche attraverso gli strumenti telematici, in cui viene indicata la data di rilascio di ciascuna autorizzazione con una sintetica annotazione del relativo oggetto. Copia del predetto elenco viene trasmessa ogni tre mesi alla regione e alla soprintendenza ai fini dell’esercizio delle funzioni di vigilanza[34].

Ai sensi dell’art. 146, comma 14, D.Lgs. n. 42 del 2004, l’elenco in esame riguarda anche le autorizzazioni paesaggistiche con oggetto le attività per la coltivazione di cave e torbiere[35] nonché per le attività minerarie di ricerca ed estrazione incidenti sui beni paesaggistici elencati dall’art. 134, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42[36].

 

Gli accordi di collaborazione tra Stato, regioni e comuni  

La novità più significativa del D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 33 è rappresentata dagli accordi di collaborazione veri e propri accordi amministrativi intercorrenti tra Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, regioni e comuni che potranno avere contenuto integrativo rispetto ai regimi autorizzatori disegnati dalle discipline normative a livello nazionale contenute nell’art. 146, Codice dei bei culturali e del paesaggio[37].

Gli accordi in questione trovano un valido sostegno nell’art. 118, primo comma Cost.

che enuncia il principio di sussidiarietà verticale il quale tendenzialmente attribuisce funzioni amministrative all’ente pubblico più vicino ai cittadini (identificabile nel comune), ma che per determinate materie particolarmente complesse, come quella della tutela del territorio, trova un’applicazione bilanciata. Pertanto, le leggi di settore possono spostare legittimamente verso l’alto, sino al livello più elevato che è quello statale, l’attribuzione di funzioni amministrative, quando gli enti di livello inferiore non siano in grado di reggerle in maniera soddisfacente.

Del resto, il terzo comma del citato art. 118 Cost. prevede che la legge statale possa disciplinare forme di intesa e di coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali.

Anche il D. Lgs. n. 42/2004 al fine di tutelare l’integrità del paesaggio contempla in modo diffuso forme di collaborazione che vedono come soggetti operativi le regioni e gli enti locali.

Da ultimo, anche l’art. 15, L. n. 241/1990 prevede forme di collaborazione strutturate su accordi organizzativi, procedure di coordinamento o anche nella compartecipazione paritaria a funzioni essenziali come quella per la pianificazione del territorio a livello urbanistico e paesaggistico anche in assenza di specifiche previsioni nelle leggi di settore.

 

 

Procedimento semplificato di autorizzazione paesaggistica per interventi di lieve entità

Una prima semplificazione della procedura per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per gli interventi edilizi di lieve entità è stata introdotta dal D.P.R. 9 luglio 2010, n. 139 come atto di delegificazione previsto dall’art. 146, Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Il successivo D.P.R. n. 31/2017 ha revisionato ed ulteriormente snellito il procedimento semplificato disciplinato dal citato D.P.R. n. 139/2010.

Il procedimento per l’autorizzazione paesaggistica semplificata si compone di due procedimenti distinti ma collegati tra di loro:

  1. a) in sede locale (gestito dalla regione, dal comune o da altri enti) che si conclude con il diniego o con la proposta di accoglimento;
  2. b) presso la Soprintendenza che può emettere parere positivo o negativo subordinato alla condizione risolutiva dell’avvenuto adeguamento del progetto alle prescrizioni di modifica dettate dal soprintendente o con un diniego definitivo.

L’amministrazione proponente una volta ricevuto il preavviso negativo dalla Soprintendenza può convocare una conferenza di servizi istruttoria per verificare in  contraddittorio se e come sia superabile la diversa valutazione tra le due amministrazioni preposte alla tutela del paesaggio.

Attualmente l’istanza di autorizzazione paesaggistica viene compilata, anche con modalità telematica, corredata da una relazione conforme al modello definito dal Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo[38].

L’istanza per l’autorizzazione e la relativa documentazione deve essere presentata allo Sportello Unico per l’Edilizia (SUE)[39] ove riguardi interventi edilizi o allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP)[40] qualora riguardi gli interventi da eseguire su strutture produttive.

Il termine per la conclusione del procedimento è stato fissato in sessanta giorni[41]. Trattandosi di una norma speciale il predetto termine come gli altri indicati dal D.P.R. n. 33/2017 risultano prevalenti rispetto a quelli di carattere generale riportati nella L. n. 241/1990 e s.m.i.

 

Il ruolo del Soprintendente

Facendo proprio il prevalente indirizzo giurisprudenziale il D.P.R. n. 31/2017 ha riconosciuto al Soprintendente un vero e proprio potere decisorio in quanto, in presenza di una valutazione negativa della proposta ricevuta dall’amministrazione procedente, adotta direttamente il provvedimento di diniego dell’autorizzazione paesaggistica. In tal modo coincidono il potere sostanziale di decisione e l’imputazione formale della decisione stessa che precedentemente veniva rinviata al comune.

Al parere reso dal Soprintendente si applica l’art. 17 – bis, della L. n. 241/1990 per effetto del richiamo fatto dall’art. 11, comma 9, D.P.R. n. 31/ 2017; pertanto, se il menzionato parere non venga comunicato all’amministrazione procedente nel termine prescritto si forma il silenzio – assenso. Il termine de quo è quelli generale di novata giorni previsto dal terzo comma del citato art. 17 – bis, L. n. 241/1990 nell’ipotesi di procedimento autorizzatorio ordinario riguardante esclusivamente gli interventi con maggiore impatto sull’ambiente non ricompresi tra quelli qualificati di lieve entità.

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Per gli interventi di lieve entità, assoggettati al procedimento autorizzatorio semplificato, il termine per la formulazione del parere è quello specifico di trenta giorni ex art. 11, comma 7, D.P.R. n. 31/2017[42].

Soltanto qualora il progetto non risulti correggibile per la sua radicale incompatibilità con la tutela dei valori paesaggistici, il Soprintendente risulta esonerato dall’indicare le modifiche migliorative, ma conserva in ogni caso l’obbligo di fornire idonea ed adeguata motivazione sulla predetta incompatibilità.

 

 

I rimedi giurisdizionali

L’autorizzazione paesaggistica può essere impugnata innanzi al giudice amministrativo, con ricorso giurisdizionale, o innanzi al Consiglio di Stato in sede consultiva, con ricorso straordinario al Capo dello Stato, per richiederne l’annullamento, in quanto illegittima[43].

I ricorsi possono essere proposti dalle associazioni portatrici di interessi diffusi individuate ai sensi delle disposizioni vigenti in materia di ambiente e di danno ambientale e da qualsiasi soggetto pubblico o privato che ne abbia interesse[44].

Le sentenze e le ordinanze emesse dal Tribunale amministrativo regionale possono essere appellate dai medesimi soggetti, anche se non abbiano proposto ricorso di primo grado[45].

 

 

[1] S. AMOROSINO, Il nuovo regolamento di liberalizzazione e semplificazione delle autorizzazioni paesaggistiche (D.P.R. n. 31/2017), in Urbanistica e appalti, 3, 2017.

[2] P. CARPENTIERI, Il nuovo regolamento di semplificazione dell’autorizzazione paesaggistica, in Rivista giuridica dell’edilizia, 2017, 2, I, 190.

[3] D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31, art. 2 e Allegato A).

[4] D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31, art. 3 e Allegato B).

 

 

[5] Art. 136, lett. a) e b), D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[6] Art. 136, lett. c) e d), D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[7] Cons. Stato, sez. VI, 18 aprile 2018, n. 2363; Tar Toscana, sez. I, 16 maggio 2017, n. 694; Cons. Stato, sez. IV, 19 febbraio 2015, n. 839.

[8] Tar Puglia, Bari, sez. I, 10 aprile 2004, n. 894: per interventi realizzati in un parco, anche ai sensi dell’art. 9 della Legge n. 241 del 1990, si deve instaurare un contraddittorio con l’ente parco, con i comuni interessati e con tutti gli altri soggetti che abbiano presentato pareri e osservazioni, comprese le associazioni per la tutela ambientale; pertanto, è illegittimo il provvedimento finale che assuma i caratteri di un giudizio meramente assertivo piuttosto che una valutazione tecnico-discrezionale dei contrapposti interessi in gioco, ancor più grave nel caso in cui l’opera rientri in un’area naturale protetta.

[9] Tar Veneto, sez. II, 27 gennaio 2015, n. 89. A. PAVESI, Le associazioni ambientalistiche sono legittimate ad agire in giudizio solo se non occasionali, in Diritto e giurisprudenza agraria, 2013, 621.

[10] Art.156, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[11] Cons. Stato, sez. V, 25 luglio 2014, n. 3966.

[12] Tar Campania, Napoli, sez. IV, 3 luglio 2014, n. 3627; Cons. Stato, sez. V, 23 giugno 2014, n. 3142.

[13] Art.146, comma 1, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[14] Art.146, comma 2, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[15] Tar Campania, Salerno, sez. I, 7 marzo 2014, n. 545.

[16] Tar Campania, Salerno, sez. I, 25 febbraio 2014, n. 464.

[17] Art.146, comma 3, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[18] Tar Campania, Napoli, sez. III, 2 gennaio 2019, n. 6; Cons. Stato, sez. III, 3 maggio 2018, n. 18907; Cons. Stato, sez. VI, 31 ottobre 2013, n. 5273.

[19] Cons. Stato, sez. VI, 19 luglio 2018, n. 3773;

[20] Art.146, comma 6, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[21] La commissione per il paesaggio è prevista dall’art. 148, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.  Promossa dalle regioni è istituita presso gli enti locali, entro un anno dall’entrata in vigore delle nuove norme; è composta da esperti con particolari competenze sulla materia paesaggistica; ha competenze consultive e deve esprimere un parere obbligatorio in merito al rilascio di tutte le autorizzazioni regolate dagli artt. 146, 147 e 159. Le singole regioni possono stipulare accordi con il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo che consentano a quest’ultimo di prendere parte tramite propri funzionari ai lavori della citata commissione del paesaggio.

[22] Art.146, comma 7, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

L’art. 7, D.Lgs.  20 ottobre 1998, n. 368, e successive modificazioni, è stato sostituito dall’art. 5, D. Lgs. 8 gennaio 2004, n. 3 che testualmente recita al primo comma “In ogni regione a statuto ordinario, nonché nelle regioni Friuli – Venezia Giulia e Sardegna, sono istituite le direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici”; le direzioni regionali per i beni culturali e paesaggistici sono articolazioni territoriali, di livello dirigenziale generale del dipartimento per i beni culturali e paesaggistici ed hanno sede nel capoluogo della rispettiva regione (comma secondo).

Cons. Stato, sez. VI, 12 febbraio 2014, n. 687: la trasmissione degli atti deve essere completa perché la soprintendenza possa esercitare correttamente la sua funzione di cogestione del vincolo.

[23] Il sindacato di legittimità era previsto sull’atto autorizzatorio adottato dalla regione o dall’ente subdelegato con il correlativo potere di annullamento ad estrema difesa del vincolo (art 159, D.Lgs. n. 42 del 2004 nel regime vigente fino al 31 dicembre 2009).

[24] Tar Campania, Salerno, sez. II, 4 marzo 2014, n. 520.

[25] Art.146, comma 8, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[26] Art.146, comma 8, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[27] Tar Lombardia, Brescia, sez. I, 24 settembre 2018, n. 892; Tar Toscana, sez. II, 13 luglio 2018, n. 1018; Tar Campania, Salerno, sez. I, 24 febbraio 2014, n. 459. S. AMOROSINO, Autorizzazioni paesaggistiche: obbligo di parere motivato e costruttivo, in Urbanistica e appalti, 2014, 7, 789.

[28]Cons. Stato, sez. VI, 19 luglio 2018, n. 4954; Tar Toscana, sez. III, 29 maggio 2018, n. 763; Tar Umbria, 17 maggio 2018, n, 332; Tar Campania, Napoli, sez. IV, 31 gennaio 2018, n. 680; Tar Marche, 23 ottobre 2009, n. 1252; Tar Toscana, sez. III, 22 gennaio 2007, n. 63.

[29] Cons. Stato, sez. VI, 8 maggio 2018, n. 2729; Tar Sicilia, Palermo, sez. II, 27 aprile 2006, n. 939.

[30] Art.146, comma 9, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[31] Art.146, comma 10, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[32] Art.146, comma 10, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[33] Art.146, comma 11, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[34] Art.146, comma 13, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[35] Tar Toscana, sez. II, 6 novembre 2009, n. 1585: l’art. 146, D.Lgs. n. 42/2004, applicabile ratione temporis, stabilisce che le disposizioni in materia di autorizzazione paesaggistica si applicano anche alle istanze concernenti le attività di coltivazione di cave e torbiere, se incidenti su beni paesaggistici; pertanto, è corretto il diniego comunale all’apertura di una cava allorché manchi tale autorizzazione.

[36] Cons. Stato, sez. VI, 9 ottobre 2009, n. 6229.

[37] Art.6, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[38] Art. 8, co. 1, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[39] Art. 9, co. 1, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[40] Art. 9, co. 2, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[41] Art. 10, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[42] Art.11, co. 7, D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31.

[43] Art.146, comma 12, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

[44] Art.146, comma 12, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42. Sulla legittimazione delle associazioni ambientalistiche: Tar Toscana, sez. I, 16 maggio 2017, n. 694; Tar Campania, Napoli, sez. IV, 21 aprile 2016, n. 2025; Cons. Stato, sez. VI, 22 settembre 2014, n. 4775; Tar Molise, 4 giugno 2013, n. 395; Tar Umbria, 23 maggio 2013, 303; Tar Calabria, Catanzaro, 24 maggio 2011, n. 778.

[45] Art.146, comma 12, D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.